lunedì 14 marzo 2016

Recensione del volume "Tu es Petra" di Chiara Benedetta Rita Varisco



«Terminata la lettura del volume “Tu es Petra” di Chiara Benedetta Rita Varisco mi chiedo e senza infingimenti: ma che cosa ho letto? un volume di storia? un volume di geografia?
Mi sono trovato in Toscana: ho incontrato molti borghi, conoscendone i nomi e le vicissitudini.
Ho intravisto la storia di una persona che va alla ricerca e si incammina lungo un percorso di elevazione, accompagnato da un altro individuo che non è un duce e nemmeno una guida, ma che aiuta a notare, ad osservare, a non dare mai per scontato ciò che vede, ciò che ammira, ma è invitato sempre dall’Autrice ad andare “oltre”… ed è un “oltre” carico di mistero che rimanda a simboli non sempre di facile lettura, né di immediata applicazione.
Si rischia -e molto- di offendere il “simbolo”, parola più volte scritta dall’Autrice e che chiede grande attenzione da parte del lettore.
Chi si accosta all’Opera impara tante cose, viene a conoscere molte nozioni di ogni tipo -storico, geografico, artistico-.
Il lettore non deve avere fretta nel vedere la conclusione e deve fare tesoro di quanto in apparenza superfluo: le immagini fotografiche e le cosiddette introduzioni ai diversi capitoli sembrano poesie, ma non lo sono, così anche le frasi e i detti di filosofi e narratori sia antichi, sia moderni… costituiscono un invito a sostare qualche istante, a cercare di intravedere significati e sensi, visibili soltanto agli occhi della mente e del cuore.
Da ultimo, ed è la versione più profonda del volume: ma come mai tale titolo, “Tu es Petra”?
Quante pietre si incontrano nel Volume che penetrano nel protagonista che le ammira, le legge, le fa sue fino ad immedesimarsi con esse… e diventa lui pure Pietra.
Cambia il suo nome perché si è incontrato con la Pietra angolare che è Cristo Gesù… vedi la lunga e preziosa descrizione del Battistero di Soana e di Pitigliano… là da catecumeno a “homo novus”; è pietra sulla Pietra!
Non fretta, ma calma; non curiosità, ma desiderio di approfondire; non superficialità, ma assimilazione…Certo ci vuole tempo. Certo ci vuole vita interiore.
Queste le mie prime ed immediate impressioni che comunico ai lettori.
Vale la pena leggere il volume; il costo non è il prezzo di copertina, ma il prezzo di te stesso!»
Con queste parole, schiette e sincere, Angelo Mascheroni ci introduce alla lettura della seconda edizione di “Tu es Petra”, arricchita di ulteriori fotografie e frammenti poetici.
Un dialogo con i simboli del passato, testimonianze artistiche e paesaggistiche capaci di entusiasmare la mente e la fantasia del lettore che diviene spettatore del percorso che il protagonista compie lungo il filo dorato della sapienza, in cui l’agente della trasmutazione non è il fuoco elementare ma il fuoco spirituale dell’amore, attraverso la consapevolezza del presente e sempre memore di ciò che fu.
L’Opera, con intento divulgativo, affronta la relazione con “il simbolo” attraverso un percorso che Alessandro Meluzzi, nella sua prefazione al Testo, definisce esoterico e iniziatico: «Esoterico perché tende alla ri-velazione di misteri archetipici, iniziatico perché li comunica per allargare i confini e i contorni della coscienza di chi li riceve. È un linguaggio che parla direttamene alle radici dell’anima per accendere quel “fuoco interno”, chiave alchemica dell’Umano, la cui autoconoscenza è la meta di ogni gnôthi sautón. Un “conosci te stesso” che è la base di ogni sapienza, non solo sul piano dell’introspezione, ma anche su quello dei percorsi di ogni storia umana.»
Il Volume presenta undici capitoli il cui titolo riporta al mistero dell’homo religiosus che varca lo spazio interiore per trovare il Punto, la Magna Opus, il Fiore della Vita, un Triplice Segreto, il Centro Sacro, il Demone Filosofo, il Labirinto, la Triplice Cinta, il Nodo di Salomone, Compassi e Squadre, il Nodo di Apocalisse.
Tutti questi undici “elementi” -da sottolineare il simbolismo numerico che rimanda al pentacolo sommato all’esagramma e che determina la stella ad undici punte- sono preceduti da un incipit che porta a riflettere e conduce alla sintesi conclusiva.
E così l’Ifigenia in Aulide (1250-1251) di Euripide: «la cosa più bella per gli uomini è vedere la luce del sole, dall’altra parte non c’è nulla» ci introduce al “Punto”.
Per la “Magna Opus” il Sommo esprime appieno il desiderio di principiare la vita nova: «In quella parte del libro de la mia memoria dinanzi a la quale poco si potrebbe leggere, si trova una rubrica la quale dice: Incipit vita nova. Sotto la quale rubrica io trovo scritte le parole le quali è mio intendimento d’assemplare in questo libello; e se non tutte, almeno la loro sentenzia» [Dante, Vita Nova, 1].
Un inno omerico per comprendere il “Fiore della Vita”: «e Demetra a tutti mostrò i riti misterici,/ a Trittolemo e a Polisseno, e inoltre a Diocle,/ i riti santi, che non si possono trasgredire né apprendere/ né proferire: difatti una grande attonita e atterrita reverenza/ per gli dèi impedisce la voce./ Felice colui, tra gli uomini viventi sulla terra,/ che ha visto queste cose:/ chi invece non è stato iniziato ai sacri riti,/ chi non ha avuto questa sorte/ non avrà mai un uguale destino, da morto,/ nelle umide tenebre/ marcescenti di laggiù» [Omero, Inno a Demetra (476-482)].
L’Alcibiade primo di Platone sembra rivelare un “Triplice Segreto”: «colui che ammonisce di conoscere se stesso,/ ci ordina di conoscere la nostra anima…/ Possiamo noi indicare nell’anima una parte più divina/ di quella ove risiedono la conoscenza ed il pensiero?/ Questa parte dell’anima è simile al divino,/ e se la si fissa s’impara a conoscere tutto ciò che vi è di divino,/ intelletto e pensiero,/ si ha la migliore possibilità di conoscere se stessi/ nel modo migliore».
Un segreto, forse, che può condurre al “Centro Sacro”: «quando l’anima, restando in sé sola,/ volge la sua ricerca,/ allora si eleva a ciò che è puro,/ eterno, immortale» [Platone, Fedone (79 d)].
Il frammento 245b dal Fedro di Platone suggerisce la manikè concessa dal “Demone Filosofo” «Tante grandi e splendide opere, e ancora maggiori posso enumerarti/ come dono del delirio che viene dagli dèi! Non lo si tema quindi per se stesso,/ né ci sconcerti quell’argomento che ci mette in guardia per farci preferire/ un amico in senno in luogo di uno appassionato./ Ma questa teoria canti vittoria,/ solo dopo aver dimostrato che l’amore è inviato dagli dèi all’innamorato/ e all’amato non per loro vantaggio./ Sta a noi dimostrare il contrario,/ cioè che questa specie di delirio/ è la piú grande fortuna concessa dagli dèi».
Le celeberrime parole di papa Pio II tratte dai suoi Commentarii sono preludio di antiche sapienze racchiuse nel “Labirinto”: «ascendi, o viatore, la strada che al monte conduce,/ ed ivi troverai l’erba di Carlo, che salvò il suo esercito dalla peste,/ e che guarisce da ogni infermità».
Nuovamente il filosofo, per discutere della “Triplice Cinta”: «la sapienza, infatti, fa parte delle cose più belle/ e Amore è amore del bello, sicché è necessario che Amore sia filosofo/ e, in quanto filosofo, sia in mezzo tra il sapiente e l’ignorante» [Platone, Simposio].
Una delle più importanti raffigurazioni ebraica sviluppatasi successivamente al terzo re d’Israele è il “Nodo di Salomone” e, dunque, «l’intima natura delle cose ama nascondersi» [Eraclito].
Il penultimo “simbolo” è costituito da una diade: “Compassi e Squadre”, per comprenderlo occorre assimilare quanto dice l’inventore della psicoanalisi moderna Carl Gustav Jung: «chi cerca trova, e colui che sempre cerca, sempre trova. Per questo sono felice di non vedere alcuna conclusività da nessuna parte, bensì un’oscura distesa piena di misteri e di avventura».
In ultimo, l’undicesimo glifo, è il “Nodo di Apocalisse” ed agevolano la sua lettura i versi carducciani tratti da Sogno d’estate: «tra le battaglie, Omero, nel carme tuo sempre sonanti/ la calda ora mi vinse: chinommisi il capo tra ‘l sonno/ in riva di Scamandro, ma il cor mi fuggì su ‘l Tirreno./ Sognai, placide cose de’ miei novelli anni sognai./ Non più libri: la stanza dal sole di luglio affocata,/ rintronata da i carri rotolanti su ‘l ciottolato/ de la città, slargossi: sorgeanmi intorno i miei colli,/ cari selvaggi colli che il giovine april rifiorìa».
Una frase su tutte può aiutare a comprendere e a raggiungere pienamente il traguardo, la meta prefissa dall’Autrice che descrive un personaggio alla ricerca, che trova quanto desiato andando “oltre” e raggiungendo, pienamente, l’homo novus: «qui scit comburere Aqua et lavare Igne facit de Terra caelum et de Caelo terram pretiosam».
Solo vivendo tutto questo, dopo mille tortuosi percorsi, perdendosi per i sentieri tra la Terra e il Sacro Monte, il protagonista riuscirà, in ultimo, a riconoscersi nel proprio personalissimo processo di individuazione, in quella singolare elevazione spirituale che lo porterà ad affermare il suo “Tu es Petra”!

martedì 23 giugno 2015

“Fides et Caritas”: la Storia è Memoria


Erodoto riteneva che l’onestà intellettuale dello storico consisteva nel “raccontare ciò che fu”, eclissandosi difronte ai fatti. Tale formula mostra ancora oggi la propria ambiguità, può essere letta certamente come consiglio di probità ma anche di passività. Ciò che conta, a mio modo di vedere, è farsi pervadere da una sola passione: quella per la conoscenza, senza distogliere lo sguardo dall’uomo senza aggettivi, corpo e anima che ricongiungono in sé il cosmo.
Da tali premesse scaturisce l’indagine sugli ordini cavallereschi, consapevole della lezione di Bloch secondo cui ogni scienza non è che una parte del moto universale verso la conoscenza. Quando è stata chiesta la mia consulenza per l’opera “Maremma, terra di cavalieri. Templari, Giovanniti, Cavalieri di Santo Stefano” di Alessio Varisco, Ed. Effigi, ho subito pensato all’importanza della ricerca storica e ai metodi ad essa applicabili: lo storico non può permettersi la libertà di uscire dal tempo, deve considerare i fenomeni nella loro durata, non dimentico dell’importanza dei “momenti umani” in cui emergono le coscienze. A quella pubblicazione ne seguirono molte altre..
Sembra siano trascorsi solo pochi giorni e invece è passato oltre un anno da quando abbiamo appreso della morte di Jacques Le Goff, ultimo esponente della scuola storica francese nata con Marc Bloch che ha rivoluzionato la metodologia della ricerca storica aprendola alla globalità e all’interazione con le altre scienze sociali.
A questo grande maestro del Novecento che decretò la fine del “mito” medievale, inteso come “secoli bui” ha guardato anche Alessio Varisco, autore del volume “Fides et Caritas. Il Beato Gherardo de Saxo e i 900 anni dell’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta” (Edizioni Effigi, Arcidosso (GR), 2013), che ripropone oggi la storia dell’Ordine a partire dal suo fondatore, il Beato Gherardo de Saxo (1040 circa-1118).
Il Sovrano Militare Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme, detto di Rodi, detto di Malta è l’unico Ordine Sovrano superstite, certamente il più illustre e nobile tra gli Ordini cavallereschi, da qui sorge lo spunto per la nostra riflessione sull’ordinamento giuridico melitense e il suo status di diritto internazionale memori della lezione di Le Goff secondo cui “la storia è memoria. Una memoria che gli storici si sforzano, attraverso lo studio dei documenti, di rendere oggettiva, la più veritiera possibile: ma è pur sempre memoria. Non proporre ai giovani una conoscenza della storia che risalga ai periodi essenziali e lontani del passato significa fare di questi giovani degli orfani del passato e privarli dei mezzi per pensare correttamente il nostro mondo e per potervi agire bene”.
L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme è l'unico tra gli Ordini Militari che ha saputo mantenere il carisma primigenio di difesa della fede, ovvero la cosidetta "tuitio Fidei" che si esplica maggiormente nell’obsequium pauperum. L’Ordine Ospedaliero di San Giovanni di Gerusalemme ha compiuto 900 anni nel 2013: Pasquale II lo istituì, il 15 febbraio 1013, già esisteva come fraternita ospedaliera gestita da fra’ Gherardo de’ Saxo, monaco benedettino canonicamente eretta per mezzo della Piae postulatio voluntatis, Bolla papale -nota anche come “Bulla approbationis et confirmationis Paschalis II” –.
Come afferma Sua Eccellenza Mons. Angelo Mascheroni nella Prefazione al  libro “Fides et caritas”, non è facile seguire le vicende storiche del Beato Gherardo e dell’Ordine da lui fondato, per diverse motivazioni, “Ben venga allora questa pubblicazione del Prof. Alessio Varisco, Docente e Direttore di Antropologia Arte Sacra ed Ufficiale dell’Ordine pro Merito Melitensi, che scava in profondità le fonti, le mette a confronto, le colloca nella loro cornice storica e geografica, dentro la cultura del tempo, e ne cava un linguaggio chiaro… così che il Beato Gherardo è nei suoi confini spirituali, culturali, del suo agire fino alla fondazione degli Ospitalieri di San Giovanni.”
Le origini della fraternita ospedaliera risalirebbero alla metà del XI secolo, quando alcuni mercanti amalfitani si stabilirono nei Loca Sancta riuscendo ad ottenere dal Califfo d’Egitto il permesso di costruire due chiese presso la Basilica del Santo Sepolcro, oltre ad un salvacondotto per commerciare liberamente in quei mari. Vennero costruiti degli hospitia - uno maschile dedicato a San Giovanni ed uno femminile la cui chiesa era dedicata a Santa Maria Maddalena - per dare accoglienza ai pellegrini giunti nella Città Santa ed agli infermi che si recavano in pellegrinaggio nei Loca Sancta.
Fra’ Gherardo di Saxo, un monaco benedettino amalfitano di Scala, fu il primo Hospitalarius. Successivamente alla prima crociata, lo stesso fra’ Gherardo istituì l’Ordine Ospitaliero di San Giovanni di Gerusalemme, sotto la Regula Sancti Benedicti.
I Confratelli si dedicarono non soltanto a curare gli Ammalati e dare ospitalità ai Pellegrini, ma diedero vita ad un’organizzazione sia religiosa, sia militare. I Fratres Hospitalis, oltre agli usuali voti di religione –castità, povertà ed obbedienza , si ricordi che fu il primo Ordine ad esplicitare nella bolla statutaria l'emissione di questi tre impegni – si obbligavano solennemente a concorrere con la loro vita alla difesa dei Loca Sancta ed esprimendo così un quarto obbligo, quello militare.
L'Ordine voluto da Gerardo era fortemente centralizzato, egli governava dalla Città Santa, lo stesso Pontefice glielo riconobbe in modo esplicito: «sane xenodochia sive ptochia ... in tua, vel successorum tuorum subiectione ac dispositione, sicut hodie sunt in perpetuum manere statuimus»[1].
Goffredo di Buglione effettuò la prima donazione -che fu ricevuta da Gerardo- il 18 agosto 1100. Costui donò all’«Hospital et atous ses frères», «fondee sin monalen», il casale Hessilia e due forni a Gerusalemme[2].
Negli anni seguenti sono numerosi gli atti relativi ad ulteriori donazioni effettuate all'Ospedale di Gerusalemme, diretto da Gherardo, hospitalarius, et Fratres Hospitalis[3].
I Giovanniti ben presto innalzarono delle imponenti fortezze - a presidio e custodia dei Pellegrini - nei punti vulnerabili dei Loca Sancta e delle domus hospitales anche in Cismare per l’accoglienza e la difesa dei peregrini - numerose le loro strutture lungo le tre peregrinationes maiores. Tali hospitia furono disseminati, nel tempo, in tutte le principali "vie di fede" percorse dai pellegrini – anche in Italia lungo la "Via Francigena" ed in Francia e Spagna lungo il "Camino" per Santiago de Compostela – nell’intero continente europeo. Queste Domus Hospitalis erano amministrate da un gruppo di Cavalieri sotto un Precettore o Commendatore – da cui il titolo di Commende –, come più tardi verrà chiamato. Vari hospitia costituivano un baliaggio sotto la giurisdizione di un Balì e vari baliaggi o gruppi più numerosi di hospitia costituivano un Priorato o – a seconda dell’estensione – Gran Priorato con a capo un Priore oppure Gran Priore.
Nel volume “Fides et caritas” Varisco ripercorre le tappe fondamentali della storia dell’Ordine con i vari trasferimenti da Gerusalemme ad Acri, a Rodi e infine con la perdita della sovranità territoriale.
In particolare l’Autore si rifà alla magmatica documentale, troppo spesso frammentaria, trovando conforto in uno dei primi storici dell’Ordine gerosolimitano, il piemontese Giacomo Bosio, che nel 1588 dette alle stampe La Corona del Cavaliere Gierosolimitano, in cui non nascose le origini religiose dell’istituzione, specificando però che tali umili inizi «ben furono tanto più nobili, giusti e santi, facendo i primi fondatori d’essa (l’istituzione ospedaliera) particolar professione d’albergare, nutrir, e servire i poveri, e pellegrini, che dalle parti di Christianità, concorrevano a visitar quei santi luoghi, novamente riconquistati, e d’accompagnarli e difenderli armati a cavallo per assicurare loro il passo dagl’infedeli, e ladroni, onde n’acquistò il nome di cavalleria, per comune applauso del mondo, e privilegi dei Principi, e particolarmente della Santa Sede Apostolica, e quindi dilatandosi il grido, e fama della santità, e valore, e meriti loro, andarono pian piano crescendo in forze e potenza»
La Religione ha mantenuto nel tempo la propria natura, esistono, infatti, dei frati Professi che seguono, similmente agli stefaniani, la Regula Sancti Benedicti. Papa Benedetto XIV operò una catalogazione del tipo di Castità, dal suo esame solo i professi Giovanniti sarebbero da ritenersi integralmente religiosi (ovvero integrali), poiché hanno espresso il voto di Castità, oltre a quello di Povertà ed Obbedienza; vengono perciò paragonati ai Terz’Ordini.
Tale distinzione risale alla Epistola papale Biennium emanata il 13 ottobre 1745, ove si pone in evidenza come i Professi degli altri Ordini Militari non siano religiosi in stricto jure. Difatti, i Professi dell’Ordine di Malta esplicitano l’assuzione di voti in plenum et absolutum - poiché escludono il matrimonio -, mentre tutti gli appartenenti agli ordini iberici e a quello toscano emettono un votum Castitatis non absolutum che si esprimerebbe nella Castità coniugale, ovvero nel rispetto della moglie e nell’impossibilità a contrarre seconde nozze.
L’Ordine gode – come detto – di sovranità, nonostante abbia perduto il proprio Regno[4], ed è l’unico OM Sovrano superstite. Il Gran Maestro beneficia della precedenza riservata ad un Cardinale diacono di SRC, nonché del titolo di Principe Reale, è un membro professo, come i benedettini rispetta la RSB, la sua posizione di Capo, Sovrano di Stato è riconosciuta internazionalmente.
Il SMOM è soggetto di diritto internazionale e in quanto persona di diritto internazionale intrattiene rapporti diplomatici con la Santa Sede, è inoltre accreditato presso i Governi di un centinaio di nazioni.
L’indipendenza da qualsiasi Stato e la presenza di un’organizzazione interna che costituisce un ordinamento autonomo e peculiare (ordinamento melitense) hanno consentito, a differenza di tanti altri ordini religioso-cavallereschi, all’Ordine di passare indenne alle alterne vicende storiche. Particolari rapporti legano l’Ordine alla S. Sede, così come speciali legami, anche di derivazione, possono ravvisarsi tra ordinamento melitense e ordinamento canonico, a causa della sopravvenuta scelta operata dai cavalieri - già autonomamente organizzati nell’istituzione - di darsi una regola religiosa e di porsi sotto la protezione del Papa, assumendo taluni i voti religiosi (cavalieri professi) ed altri scegliendo di divenire sacerdoti ordinari (cappellani conventuali).
La costituzione melitense è posta a fondamento dell'Ordine sia all'interno che nell'attività esterna, definendo anche l'àmbito della sua sovranità e dei rapporti con la S. Sede. Inoltre il codice melitense ha il compito di definire le funzioni, le competenze e i rispettivi rapporti degli organi legislativi, amministrativi, giudiziari e religiosi che costituiscono l'organizzazione interna[5].
Le norme che regolamentano l'entrata nell'Ordine hanno subìto una evoluzione notevole rispetto alle origini, l'antica nobiltà di sangue convive oggi con la nobiltà «per grazia sovrana», cosicché il carattere «tradizionalmente nobiliare» (art. 1 costituzione melitense) deve essere inquadrato in questa prospettiva mirante ad acquisire chi, sebbene non nobile per nascita, ne abbia meritato per proprie benemerenze, mediante l'esercizio di peculiari prerogative spettanti al capo sovrano.
Il profilo cavalleresco permane, infatti i sudditi melitensi sono, nello stesso tempo, cavalieri, l'ammissione al sodalizio avviene attraverso il conferimento di tale qualità. Un’altra componente imprescindibile è la confessionalità, dovendo i membri dell'Ordine professare la religione cattolica; inoltre i cavalieri devono partecipare all'attività ospedaliera o assistenziale dell'Ordine, cosicché si è in presenza di una sudditanza cosiddetta funzionale o professionale, al pari, ad esempio, di quella vaticana.
L'ordinamento melitense riproduce gli antichi ceti che prevedono la distinzione in tre classi: cavalieri di giustizia e cappellani conventuali, che prestano i voti solenni di povertà, castità e obbedienza; cavalieri di obbedienza che fanno solenne promessa di conformare la loro vita agli insegnamenti e alle leggi della Chiesa; cavalieri della terza classe che non prestano voti né promesse formali, ma debbono in ogni caso «tenere una condotta cristianamente esemplare» (art. 136 codice melitense).
L'art. 3 costituzione melitense del 1961 afferma che «l'intima connessione esistente tra le due qualità di ordine religioso e di ordine sovrano non si oppone all'autonomia dell'Ordine nell'esercizio della sua sovranità e delle prerogative ad essa inerenti come soggetto di diritto internazionale nei confronti degli Stati». È questa la più precisa fissazione dello status dell'Ordine che mai sia emersa rispetto alle enunciazioni delle precedenti costituzioni. La qualità di religiosi rivestita dai cavalieri professi costituisce un collegamento tra ordinamento canonico e melitense; sotto il profilo religioso e per quanto possa concernere l'àmbito in cui si esplicano le attività collegate all'assunzione dei voti sacri, l'ordinamento melitense si adegua all'ordinamento canonico.
L'Ordine si presenta con una piena e completa personalità di diritto internazionale, attenendo le limitazioni alla capacità in concreto. Infatti, l'Ordine di Malta e gli altri enti diversi dagli Stati «non costituiscono dei soggetti diversi per destinazione giuridica dell'ordinamento internazionale, ma soltanto soggetti più o meno diversi per gli interessi concreti ideali o materiali che perseguono e per le attività spirituali o pratiche che svolgono. Il che non toglie, d'altra parte, che le situazioni d'inidoneità in cui i soggetti si trovino debbano qualificarsi come “incapacità”, analoghe a quelle che derivano per gli individui dall'età minore o da deficienze fisiche o psichiche (cioè sempre materiali) d'altra natura»[6].  
Secondo taluni la personalità sui generis dell'Ordine potrebbe essere conseguenza di «un residuo della sua antica sovranità territoriale e ha per titolo l'indipendenza, che si conserva anche ora, della sua organizzazione interna»[7].
La personalità giuridica internazionale è attestata dall'esistenza di un diritto di legazione attivo e passivo, dal ius contrahendi, dal diritto di rilasciare passaporti, dalle prerogative ed immunità godute dal Gran Maestro e dagli organi di rappresentanza esterna, dall'esistenza di una organizzazione interna che dà vita a persone giuridiche riconosciute alla stregua di persone giuridiche straniere, dall'esistenza di una propria giurisdizione alternativa[8] a quella territoriale o di appartenenza, dal potere di conferire onorificenze. Come altri Enti, l'Ordine occupa un proprio ruolo nell’àmbito della Comunità internazionale contribuendo a formare -seppur in misura notevolmente ridotta in termini di volumi- le regole primarie consuetudinarie in concorso con gli Stati.

                                                                             Dr.ssa Chiara Benedetta Rita Varisco




[1]       R. hiestand, Papsturkunden fur Templer und Johanniter, Archivberìchte und Texte. Vorarbeiten zum Oriens Ponti/ictus, 2., in «Abhandlungen der Akademie der V\ issenschafl in Gòtlingen. Philolughisch-historische Klasse», 3,135 (1984), pp. 195-6.
[2]       BAV, Cod. Vat Lat. 3136, foli. XXr- XXt; J. delaville le roulx, Cartulaire generale, I, nr. I, p. 2.
[3]       Ibidem, I, nr. 9, p. 13; nr. 3, pp. 2-3; nr. io, pp. 13-14; nr. 11, p. 14.
[4]     A seguito del Congresso di Vienna non venne restituito, come invece promesso, l’arcipelago melitense venne consegnato agli inglesi.
[5] Per approfondimenti: F. Gazzoni, Enciclopedia del diritto, Ordine di Malta, XXXI, 1981; G.C. Bascapè, Sommario storico del S. M. Ordine di S. Giovanni Gerosolimitano di Malta, Roma, 1949
[6] ARANGIO-RUIZ G., Gli Enti soggetti, cit., 405 s.
[7] S. Romano, Corso di diritto internazionale, Padova, 1939, 69 s., Cfr. anche Cass. 25 luglio 1964, n. 2056 in Foro it., 1964, I, 1578 ss.
[8] App. Roma 23 gennaio 1978, in Giur. it., 1979, I, 2, 109, con nota adesiva di COMBA, Delibazione di sentenza emanata da giurisdizioni di enti internazionali non territoriali, e in Riv. dir. intern. priv. proc., 1978, 392 ss., con nota adesiva di CANSACCHI, Delibazione di sentenza di Ente «sovrano» non territoriale, ivi, 332 ss. In dottrina, in senso contrario, JEMOLO, Il cavaliere inesistente, in Riv. trim. dir. proc. civ., 1979, 803 ss., argomentando dall'assenza di territorio in sovranità.

venerdì 26 ottobre 2012

Sezione Cultura

In questa sezione del Blog del Circolo Culturale Synerghein vengono trattate e discusse tematiche relative ai riferimenti culturali dell'associazione.